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lunedì 28 febbraio 2022

2011. Viaggio in Ucraina. Visita a Balaclava. Il Museo della Base dei Sommergibili atomici sovietici

 

Appunti di viaggio in un periodo in cui l'Ucraina era indipendete
 e prima dell'annessione del 2014 della Crimea da parte della Russia

La cittadina di Balaklava

A 15 km sud di Sebastopoli, in una piccola baia chiusa su tutti i lati, si trova l’antica (2.500 anni) e piccola cittadina della Crimea nota con il nome di Balaklava. Nel 1957, quando iniziò la costruzione della base segreta, tutta la città divenne area classificata.

 La baia di Balaklava

I sovietici non sono stati i primi a utilizzare a fini strategico-militari la baia di Balaklava, la cui posizione riparata la rende praticamente invisibile dal mare aperto. Cominciarono probabilmente i pirati tauri dei quali scrisse 2500 anni fa Erodoto, seguiti dai greci, dai romani e nel Medioevo dai bizantini e dai mercanti genovesi. Ancora oggi, la presenza italiana è testimoniata dalle suggestive rovine della Fortezza di Cembalo, eretta nel 1357.

La baia fu impiegata inoltre dai Greci e dai Romani come roccaforte e luogo di culto come testimoniano le rovine dell'antico tempio di Giove. Inoltre, la prima base navale russa in Crimea era situata proprio nella baia di Balaklava durante la quinta guerra russo-turca (1768 – 1774). Infine, con la sua particolare forma circondata da colline, la baia è il luogo ideale per nascondere una base di sottomarini.

 

 La base

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i sovietici decisero di rinforzare la loro flotta di sottomarini. Le centinaia di sottomarini presenti (diesel e successivamente atomici) avevano necessità di nuove basi lungo le coste sovietiche. Così nella metà degli anni 50 venne iniziata la costruzione delle basi di Severodvinsk (nell’Oceano Artico), Vladivostok (nel Pacifico) and Balaklava (nel Mar Nero).

In particolare, Stalin diede al suo funzionario Lavrentij Pavlovic Beria (che in quel momento era responsabile del "progetto nucleare"), una direttiva segreta: trovare un luogo ideale dove costruire una base di sottomarini per un eventuale attacco nucleare di rappresaglia. Dopo diversi anni di ricerche la scelta, tutt’altro che casuale, cadde sulla tranquilla Balaklava. In effetti lo stretto canale della baia (200-400 mt) proteggeva la futura

 



 

Veduta aerea della baia

 

installazione, sia dalle intemperie che da occhi indiscreti, da qualsiasi angolazione.

Il progetto fu affidato all’Istituto di Design “Granit” di Leningrado. Tale progetto, denominato Object 825 GTS, aveva come obiettivo la costruzione di una struttura sotterranea segreta per il ricovero di sommergibili convenzionali e nucleari, di piccola e media grandezza, appartenenti ai progetti A615, 613, 613V, 633, 633RV e 644 dell' ex Unione Sovietica.

La base iniziò la sua attività di riparo e manutenzione di sottomarini nel 1961. Costruita scavando nelle colline di Balaklava e rinforzandola con 56 metri di cemento rinforzato, la base era costituita da un canale principale per l'ingresso dei sommergibili, combinato con un bacino di carenaggio, attorno al quale erano presenti officine, depositi di armi e siluri, munizioni ed attrezzature per la manutenzione.

La costruzione di Object 825 GTS durò quattro anni, dal 1957 al 1961 e fu affidata ad uno speciale reparto di costruzione chiamato reparto 528. I migliori tecnici e ingegneri militari furono affiancati da esperti nelle costruzioni di metropolitane con l’obiettivo di realizzare, nelle viscere del monte Tavros, una rete di tunnel e ambienti sotterranei in grado di consentire una normale attività lavorativa per almeno 30 giorni a una comunità fino a 3 mila persone. Bisognava quindi costruire sottoterra – ed era questa la cosa forse più difficile – un canale d’acqua di oltre mezzo km per il passaggio e l’attracco dei sommergibili, cose che avvenivano solo di notte.

Per assicurarne la segretezza gli scavi venivano effettuati durante la notte, e la roccia estratta, trasportata per mezzo di una chiatta, veniva gettata in mare aperto. In totale vennero estratti 25.000 metri cubi (del peso di 120 tonnellate) di roccia, pari ad una superficie di circa 15.000 metri quadrati.

Il tunnel centrale ha una lunghezza totale di circa 600 metri. La galleria in cui erano stati situati i laboratori di riparazione è lunga 360 metri, larga fino a 12 metri e profonda circa 8 metri. All'interno della galleria era possibile ormeggiare fino a sette sottomarini per la riparazione, più altri sette sfruttando tutte le gallerie disponibili.

La base era teoricamente in grado di resistere ad un attacco nucleare diretto con una potenza di 100 kilotoni (categoria 1 di stabilità), grazie a spesse porte stagne (ognuna del peso di 120-150 tonnellate) che avrebbero chiuso l'intero impianto e consentito la sopravvivenza a 3000 persone, pari al numero degli abitanti di Balaklava e del personale della base, per circa 3 anni! La temperatura interna era mantenuta costantemente a 15°C, soprattutto per la presenza dei magazzini contenenti le testate nucleari.

Il tunnel è situato all’interno del monte Tavros. L'ingresso e l’uscita (Figura 3), situati in due luoghi diversi, erano  equipaggiati con dispositivi di camuffamento e reti mimetiche in modo da nasconderli completamente alla vista. I movimenti di materiale all’esterno venivano fatti tenendo conto della posizione dei satelliti spia dei potenziali nemici.

 



 

Mappa schematica delle strutture sotterranee con l'itinerario dei punti visitabili (2010)

 

Alla base lavoravano circa 200 addetti per il porto destinato ai sottomarini e per i sistemi interni. Altre 50 persone avevano il compito di effettuare la manutenzione delle riserve d'acqua, dei sistemi vitali e delle cisterne di propellente per i sommergibili, che erano contenitori verticali in grado di immagazzinare oltre 4.000 tonnellate di derivati del petrolio.

La cittadina di Balaklava ruotava interamente attorno all'attività della base navale. Quasi l’intera popolazione lavorava infatti alla base. Era inoltre estremamente difficile per uno straniero introdursi nella città, o visitare la base senza attraversare lunghe ed estenuanti serie di controlli e processi di identificazione. Anche i membri delle famiglie locali e degli operai della base erano passati ai raggi X in ogni loro movimento.

Dal 1991 le attività della base proseguirono parzialmente per altri due anni, quando nel 1993 iniziò il processo di ritiro dei mezzi e delle testate nucleari dell'ex Unione Sovietica dall'Ucraina e terminò nel 1996, anno in cui l'ultimo sommergibile sovietico lasciò l'Ucraina.

 



Nel 1996 il complesso fu assegnato alla custodia delle locali autorità. Tutte le attrezzature per la produzione (costituite da costosi macchinari ed equipaggiamenti costruiti con metalli preziosi) furono quindi poste sotto una incurante direzione che lasciò il luogo in uno stato di abbandono permettendo così il trafugamento di molti oggetti.

Il 30 dicembre 2002, su ordine del Segretario di Stato del Ministero della Difesa ucraino, la base è diventata un museo, filiale del Museo Centrale delle Forze Armate dell’Ucraina,  accessibile a chiunque e noto con il nome di “Museo Navale di Balaklava” o “Museo della Guerra Fredda” (come lo chiamano i locali). La cerimonia di apertura si tenne il 1 giugno 2003. E’ possibile visitare il canale, i cunicoli, i corridoi, le banchine per le riparazioni dei sottomarini, gli ambienti di lavoro, le ciclopiche porte e l'arsenale, dove venivano conservati i siluri e le testate nucleari. Sulle pareti si legge ancora ben chiaro in russo “Non dire tutto quello che sai, ma sappi sempre quello che dici”, il motto che era alla base della massima segretezza della base di Balaklava. Al momento è uno dei più importanti impianti militari declassificati sul territorio dell'ex URSS.

L’intero complesso sotterraneo rappresenta, forse, un monumento storico unico dell’arte ingegneristica della Guerra Fredda. Per oltre trent’anni (dal 1957 al 1990), nessuno ha nutrito il benché minimo sospetto dell’esistenza dei tunnel segreti dell’ Object 825 GTS, che ufficialmente era conosciuto come la centrale telefonica urbana.

 

 


 

 

domenica 20 febbraio 2022

A dieci anni dalla morte di Pietro Vaenti

 Pro-memoria “monografico”

 Martedì  29  Marzo  2022  -  ore 15,30

Salone di Palazzo Ghini

Corso Gastone Sozzi, 39 – CESENA

 

Ricordo di Pietro Vaenti

Il partigiano Petri e le vicende della Resistenza Italiana all’Estero, la fondazione dell’Istituto Storico “V.E.Giuntella”, l’amante dell’arte e della storia.

Nel decennale della scomparsa (2011 – 2021)

 

                                               Brevi interventi e ricordi di:

 

                              Daniele Vaienti                                                           Roberta Ravaioli

                              Claudio Riva                                                              Gianfranco “Miro” Gori

                              Maurizio Balestra                                                       Orlando Piraccini

                                                                 Massimo Coltrinari e altri

 

 

“Quando l'Umanità avrà ritrovato buonsenso ed equilibrio, potrà riprendere il suo cammino solo se potrà conoscere in quali disastri venne precipitata dalla assurda prepotenza di troppi potenti e dagli eccessi delle diverse ideologie.”

“Non chiediamo vendette ma il riconoscimento che nella disgraziatissima situazione nella quale ci hanno infilato gli errori anche internazionali , noi abbiamo fatto tutto il possibile. Forza e coraggio!”

 

                                                                                                                                                   Paola Del Din Carnielli

   (Medaglia d’Oro al Valor Militare, già Presidente FIVL)

 In occasione dell’invio del libro, dedicato a Pietro Vaenti (febbraio 2014)

“Il Gran Rifiuto. Storia e storie degli Internati Militari Italiani dopo l’8 settembre 1943”


giovedì 10 febbraio 2022

Una Testimonianza di Edorardo landi 1925

 

L’ ONORE DI UN SOLDATO ITALIANO NELLA GRANDE GUERRA

Sergio Benedetto  Sabetta

 

            I venti di guerra che in questi giorni soffiano violentemente sull’Europa, nel richiamare le problematiche dell’U.E. in termini di compattezza diplomatico-militare e di mancata differenziazione nelle forniture energetiche, mette alla prova l’Italia sul piano internazionale,  indipendentemente dalle rassicuranti dichiarazioni ufficiali.

            Non si prova solo il peso specifico di ciascuna Nazione all’interno dell’Europa e della NATO, ma anche la sua unione morale.

            A questo riguardo è interessante ricordare un episodio del tutto minore, anonimo e non cruento avvenuto sul fronte francese durante la Grande Guerra, tra un generale francese della Legione e un umile fantaccino italiano, modesto caporale ed ex legionario di nome Edoardo Landi, nonché dell’orgoglio con cui evidenziò la necessità del rispetto reciproco tra Alleati.

            Il fatto ricordato è riportato sul taccuino personale dello stesso, diario ritrovato casualmente su una bancarella in un mercatino in cui si legge la difficile vita giornaliera del Landi, tra conti in rosso riportati e considerazioni personali sulle vicissitudini della vita.

            “Il 13 maggio moriva a Parigi in età di 59 anni il generale Carlo Mangin.

            Volle il Destino che, durante la mia lunga permanenza nella Legione Straniera Francese (1898-1912) io avessi occasione di vederlo, nel 1911 a Oudjda (Marocco). Egli era allora tenente colonnello e comandava un battaglione d’infanteria leggera d’Africa, i famosi zephirs; recentemente soppressi, e partecipò con le sue truppe alle operazioni che sotto il comando del generale Lejantaj, dovevano purgare dai ribelli (!) il vasto territorio dalla Molouja a Zara.

            Ma un’altra occasione io ebbi di vedere il generale Mangin e questa volta parlargli. Egli era allora comandante della X^ armata (nel 1918, durante la guerra europea) composta esclusivamente (meno poche unità) di truppe coloniali: arabi, tonchinesi, malgasci, senegalesi, di cui Mangin versava negli assalti il sangue senza risparmio, a torrenti, tanto da guadagnarsi il soprannome di boucher (macellaio).

            Nel luglio 1918 io mi trovavo con una squadra di territoriali italiani, a lavorare ad un impianto di fili telegrafici presso al Quartiere Generale della Decima armata francese a Belleu. A un tratto, una automobile passa: si ferma davanti a noi, ne scende il generale Mangin, che con la sua abituale familiarità che lo faceva amare dai soldati che egli conduceva al macello, mi domanda a bruciapelo (in francese)

-         Che fate qui?

-         Generale, ripariamo i fili telefonici.

-         Voi parlate bene il francese!

-         Sì, generale, poiché ho avuto l’onore di servire per 14 anni nella gloriosa Legione Straniera.

-         Ah! Sì, e siete voi contento, adesso, di stare in Francia?

Volli tirargli una botta che somigliasse ad un complimento, poiché troppi ricordi amari erano in me e risposi:

-         Generale, io sono così contento adesso di stare in Francia, come i soldati Francesi sono contenti di stare in Italia.

Egli aggrottò le folte sopracciglia nerissime e un lampo passò sui occhi grifani; ma fu un attimo, e con un gesto largo e grandioso tirò fuori una moneta d’oro da venti franchi, e me la mise in mano, dicendomi con accento che mi giunse al cuore:

-         Ben detto, caporale. Ecco questo per bere un bicchiere di vino alla salute della gloriosa e vecchia Legione.

( Dal diario del legionario di Edoardo Landi, 1925).