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sabato 23 luglio 2022

Quadro di Battaglia del Regio Esercito al 10 Giugno 1940.

 ARCHIVIO

8.3. Reale Corpo Truppe Coloniali della Libia

Motto “non concesso”

Campagne di Guerra:

1911-1912, Italo Turca

1913-1927, di Libia

1935-1936, Italo-Etiopica.

Ricompense al V.M.:  

. Alla Bandiera:

  1 Medaglia d’Oro, 2 d’Argento,

. Ai Battaglioni:

  4 d’Argento, 7 di Bronzo, 10 Croci di Guerra.

. Agli Ufficiali e Truppa:

  12 Medaglie d’Oro, 321 d’Argento, 759 di Bronzo, 891 Croci di

  Guerra.

Perdite in Combattimento:

. Ufficiali: morti 123, feriti 287, dispersi 6

. Truppa:  morti 1491, feriti 4539, dispersi, 450.

Festa (non è indicata)

 

Il Reale Corpo truppe coloniali della Libia, costituito dalla fusione dei due Reali Corpi della Tripolitania e della Cirenaica effettuata il 1 aprile 1935 , ha le sue origini nelle prime bande armate  che combatterono a fianco delle nostre truppe e furono incaricate  del servizio di polizia delle oasi durate la campagna italo-turca 1911-1912.  Alle originarie formazioni del Garian . del Sahel, del Tachuna, del febbraio 1912, si aggiunsero presto quelle del Zanzur , di Misurata e di Homs.

Il I battaglione libico ebbe vita nel settembre dello stesso anno e nel 1913 le nostre forze coloniali ascendevano già a 6 battaglioni di fanteria libica . 3 squadroni savari. 1 squadrone di meharisti 1 batteria da montagna, 1 sezione cammellata, 1 corpo degli zaptiè ed 8 bande armate inquadrate da nostri ufficiali. Durante e dopo la grande guerra le forze libiche si accrebbero notevolmente; aggiunsero altre formazioni sahariane ed alcune motorizzate e, completate con reparti CC.NN. e squadriglie di aviazione, crearono un armonico e perfetto strumento di guerra.

Il Reale Corpo truppe coloniali della Libia accoglie e tramanda le tradizioni delle splendide truppe di colore della Tripolitania e della Cirenaica, che si batterono valorosamente stendendo l’occupazione fino ai più lontani centri abitati; sostennero aspri combattimenti nelle vicende del periodo 1015-1918 parteciparono alla rioccupazione di Misurata  nel 1922; alla riconquista di Agedabia, nel 1923 di Giarabub, nel 1926; alle operazioni el su bengasino; alla conquista del Fezzan, nel 1930; alla occupazione di Cufra il 2° gennaio 1931, sostenendo lotte violente fino alla completa pacificazione della Libia.

Decorato con medaglia d’oro al valor militare per le innumerevoli prove del più fulgido eroismo offerto dalle sue truppe durante la guerra italo-etiopica 1935-1936 per la consacrazione dell’Impero, il Reale Corpo truppe coloniali della Libia vanta ancora due medaglie d’argento conferite a ai RR Corpo della Tripolitania e della Cirenaica, sintesi di lealtà e di valore l’uno, che in cento combattimento seppe conquistare, difendere e conservare all’Italia  la maggiore colonia; magnifico strumento di guerra l’altro, che in nove anni di lotta dura, aspra, difficile, tenacissima portò di vittoria in vittoria  il nome e la civiltà di Roma dalla costa fino al cuore  dell’inviolato deserto libico (Cufra)

Il Corpo vanta inoltre 4 medaglie d’argento, 6 medaglie di bronzo e 9 croci al valore, guadagnate dai suoi battaglioni nelle varie vicende della guerra.

(massimo Coltrinari)

venerdì 22 luglio 2022

Collana I Quaderni del nastro Azzurro. Richiesta Notizie

 ARCHIVIO

 Materiali per il Centenario


La copia qui riprodotta attesta che esisteva negli anni che vanno dal secondo dopo guerra alla fine del secolo che era stata pubblicata una "Collana di quaderni del Nastro Azzurro" Questo riprodotto è il n. 17.

 Si è nella necessità di conoscere ulteriori informazioni su questa collana e gli eventuali titoli. Prendere contatto con Dott.ssa Chiara Mastrantonio. alla email: ricerca.cesvam@istitutonastro azzurro.org 

giovedì 21 luglio 2022

domenica 17 luglio 2022

Le forze Volontarie della II Guerra d'Indipendenza

 APPROFONDIMENTI

1859, 

i Cacciatori delle Alpi nella II guerra d’indipendenza

 

di

Osvaldo Biribicchi

 

 

Il termine Cacciatori, nel secolo XIX, indicava la fanteria cosiddetta leggera in quanto dotata di armamento ed equipaggiamento leggeri. In particolare, almeno nella fase iniziale, si chiamavano cosi le milizie che sorgevano spontaneamente per combattere l'oppressore ed affermare i principi di nazionalità. I componenti di questi reparti irregolari erano caratterizzati, a tutti i livelli, da audacia e spregiudicatezza, doti queste che ne esaltavano l'impiego nell'esplorazione, nei colpi di mano e nelle azioni offensive. In Italia è rimasto particolarmente famoso il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, fondato nel 1859.

Per meglio comprendere la nascita di questo particolare Corpo, è necessario conoscere sommariamente la situazione politica, in quel periodo, nel regno sabaudo.

Solo pochi mesi prima, a luglio del 1858, si era svolto a Plombières, una cittadina termale della Francia orientale, un convegno segreto tra il Presidente del Consiglio dei Ministri piemontesi, Camillo Benso Conte di Cavour, e l'imperatore francese Napoleone III.

Nel corso di quell'incontro, Napoleone III si impegnò ad intervenire contro l'Austria, a fianco del Piemonte, nel caso in cui quest'ultimo fosse stato aggredito dagli austriaci. In caso di vittoria, sarebbe stato creato sotto Casa Savoia un Regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie; mentre la Francia, in cambio dell'aiu­to prestato, si sarebbe annessa la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto dalla Francia l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra.

Gli inizi del 1859 furono caratterizzati da segnali che preannunciavano l'imminenza di un conflitto. Il re Vittorio Emanuele II, in un discorso al parlamento, pronunciò la celebre frase: ”...non siamo insensibili al grido di dolore che da tanti parti d'Italia si leva verso di noi” che aveva tutto il sapore di una aperta sfida all'Austria. Cavour, da parte sua, sull'onda delle emozioni che il discorso del re aveva suscitato, permise e favorì l'arruolamento di volontari provenienti da tutta l'Italia, in particolare dal Lombardo–Veneto, da affiancare all’esercito regolare. Il 17 marzo 1859 con decreto reale veniva istituito il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, al comando di Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito sardo, ed alle dipendenze del Ministero degli Interni.

Al neocostituito Corpo, però, non vennero assegnati i volontari migliori; questi ultimi furono inseriti nei ranghi dell'esercito regolare. A Garibaldi vennero dati i più giovani, con scarsa o nulla esperienza militare, i più anziani e quelli scartati per difetti fisici. Di contro, gli ufficiali furono quelli voluti da lui, tutti valorosi combattenti che si erano distinti nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana e di Venezia.

I Cacciatori delle Alpi erano poco più di tremila uomini ordinati in una brigata su tre reggimenti, senza artiglieria, con una cinquantina di cavalleggeri per l'esplorazione ed un efficiente ospedale da campo diretto dal medico milanese Agostino Bertani, esule a Genova, che avrà poi una funzione importante nella spedizione dei Mille. Il corpo sanitario dei “Cacciatori” fu insignito di medaglia di bronzo al valor militare per la alacre opera svolta.

Garibaldi ed i suoi uomini, dunque, indossarono l'uniforme dell'esercito sardo. Per l'addestramento, furono inviati nei depositi di Cuneo e Savigliano nonché a Rivoli presso Susa. Dei tre reggimenti, i primi due, i migliori, furono posti al comando del tenente colonnello Enrico Cosenz e del colonnello Giacomo Medici.

Mentre gli ufficiali di Garibaldi inquadravano i volontari, Cavour faceva, provocatoriamente, ammassare truppe sul confine con il Lombardo­-Veneto per compiere delle esercitazioni. L'Austria, allarmata, il 23 aprile 1859 ordinò al Pie­monte il disarmo immediato. Era l'aggressione tanto cercata da Cavour che, naturalmente, rifiutò e lasciò che la parola passasse alle armi.

Il 26 aprile 1859 l’Austria dichiarò guerra al Piemonte: iniziava la seconda guerra d'indipendenza. Il giorno seguente, l'esercito austriaco al comando del Generale Giulay varcò la frontiera piemontese. L'avanzata fu subito rallentata dall'allagamento delle risaie nel vercellese.

La Francia, da parte sua, come stabilito, inviò in aiuto dell'esercito sabaudo un forte contingente di cui Napoleone III ne assunse il comando supremo; alla metà di maggio circa 120.000 francesi erano concentrati nella zona di Alessandria.

I franco–piemontesi, con alcune puntate offensive verso Pavia, diedero agli austriaci l'impressione di voler penetrare in Lombardia da sud mentre, in realtà, si trattava di uno stratagemma per mascherare i veri piani che prevedevano di entrare in Lombardia da nord.

Il primo grosso combattimento avvenne a Montebello[1], il 20 maggio 1859, dove gli austriaci furono battuti dall'azione congiunta della cavalleria sarda e della fanteria francese; dieci giorni dopo a Palestro[2] gli austriaci subirono una ulteriore sconfitta, a seguito della quale decisero di riattraversare il Ticino per attestarsi a difesa della frontiera lombardo-veneta.

Garibaldi, intanto, con i suoi Cacciatori delle Alpi, il 23 maggio aveva attraversato risolutamente il Ticino e sorpreso nella notte il presidio austriaco di Sesto Calende. La notte successiva, dopo aver vinto le resistenze austriache, entrò a Varese accolto da una folla di cittadini in delirio. Gli austriaci, a questo punto, gli inviarono incontro una Divisione di tremila uomini, potentemente armata, al comando del Generale Urban. I Cacciatori furono sottoposti ad un incessante fuoco di artiglieria ma non indietreggiarono, resistettero fino a quando la fanteria austriaca non fu che “a 50 passi di distanza”, come aveva loro ordinato Garibaldi, e poi gli riversarono addosso una micidiale scarica di pallottole. Subito dopo, in pieno stile garibaldino, si avventarono alla baionetta sul nemico.

Gli austriaci, sotto l'incalzare dei Cacciatori delle Alpi, si ritirarono disordinatamente. Garibaldi non poteva fermarsi, sarebbe diventato un facile bersaglio per il nemico, la sua doveva essere una guerra di movimento. Si avviò, pertanto, verso Como facendo credere al nemico di passare per Camerlata invece passò per San Fermo dove superò, dopo uno scontro sanguinoso, la forte resistenza austriaca.

Di notte entrò a Como, anche qui accolto festosamente dalla popolazione. Garibaldi era riuscito ad ottenere l'allontanamento degli austriaci da tutta la zona lombarda del lago Maggiore e, dopo una serie di spostamenti tattici, puntò su Lecco e da lì a Bergamo dove vi entrò l'8 giugno alla testa dei suoi Cacciatori. Qui, l'11 giugno, con una solenne cerimonia, consegnò ai suoi uomini le onorificenze ricevute dal governo e lesse un ordine del giorno, emanato in nome del re, in cui erano esaltate le imprese del piccolo Corpo. La sera stessa si mise in marcia per Brescia ove vi entrò il 13 giugno.

I franco-sardi, nel frattempo, il 4 giugno avevano sconfitto gli austriaci a Magenta[3] aprendosi così la strada verso Milano ove, l'8 giugno, vi entravano fianco a fianco Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Gli austriaci ripiegarono verso il Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago) per una difesa ad oltranza ma il giovane imperatore Francesco Giuseppe assunse il comando diretto delle operazioni e riprese subito l'offensiva.

Il 24 giugno sulle alture di San Martino e Solferino, a sud del lago di Garda, su un fronte di una quindicina di chilometri si affrontarono circa 300.000 uomini, fra austriaci e franco– piemontesi, con oltre 26.000 cavalli e 1.500 pezzi di artiglieria.

In questo fatto d'arme, i Cacciatori delle Alpi ebbero un ruolo molto importante sul piano strategico in quanto dalle Prealpi lombarde minacciavano – puntando verso la valle dell'Adige – le spalle dell'Armata austriaca dislocata nel Quadrilatero.

La battaglia di San Martino e Solferino, l'ultima della II guerra di indipendenza, si risolse con la vittoria dei franco–piemontesi ma ad un prezzo altissimo di vite umane. Essa non fu solo la più sanguinosa tra quelle combattute nelle guerre d'indipendenza, ma una delle più sanguinose combattute fino ad allora in Europa. Alla sera del 24 giugno, sul campo di battaglia giacevano 40.000 uomini, di cui 11.000 morti e 29.000 feriti. Di questi ultimi, 5.000 morirono nei giorni successivi per i postumi delle ferite riportate. Napoleone III, condizionato dai cattolici francesi per i possibili danni che il prolungarsi della guerra di indipendenza italiana avrebbe finito per arrecare oltre che alla Francia stessa anche allo Stato pontificio, propose a Francesco Giuseppe, all'insaputa di Cavour, un armistizio poi firmato a Villafranca l'11 luglio 1859. Il 10 novembre a Zurigo veniva siglata la pace che poneva fine alla guerra ed imponeva all’Austria la cessione, per il tramite della Francia, della sola Lombardia al Regno Sardo ed il ritorno dei sovrani spodestati nei ducati di Modena, Parma e nel Granducato di Toscana.

Vittorio Emanuele II accettò suo malgrado, mentre Cavour sentendosi ingannato da Napoleone III si dimise da primo ministro.

I Cacciatori delle Alpi all’atto dell’armistizio superavano i 12.000 uomini, articolati su cinque reggimenti, «ed occupavano le quattro vallate: Valtellina, Camonica, Sabbia e Trompia, sino alla frontiera col Tirolo»[4].

Con la fine della seconda guerra di indipendenza gli austriaci non erano stati annientati ed il Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.

«La brusca interruzione della guerra costituiva una palese violazione dei patti di alleanza tra i due paesi (Il Piemonte e la Francia), e così la promessa dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, svaniva completamente. L’interruzione della seconda guerra d’Indipendenza, portò come conseguenza un malcontento fra gli appartenenti al Corpo Garibaldino dei Cacciatori delle Alpi, molti dei quali diedero le dimissioni per protesta, in seguito alla fusione del Corpo Garibaldino con l’Esercito nazionale [] Anche Garibaldi lasciava, allora, con comprensibile cruccio il Comando dei Cacciatori delle Alpi ed indirizzava a Vittorio Emanuele II una lettera, datata da Lovere, 1 agosto 1859, che però non giunse mai a destinazione»[5].

Gli anni immediatamente successivi furono, comunque, importanti. Il 1860 fu l'anno dei plebisciti per l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale e dell'ex regno borbonico; sempre in quell'anno Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia e Garibaldi, alla testa dei Mille, sbarcò in Sicilia.

 

 

 

 

Bibliografia sommaria

Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano.

 

Sitografia sommaria

https://www.battagliadimagenta.it/pubblicazioni/opere_pubbliche/Opere_Pubbliche_Dettaglio.asp?ID_M=10&ID=43

http://www.carabinieri.it/arma/ieri/storia/vista-da-2015/fascicolo-9/il-ruolo-dell-arma-nella-guerra-del-1859/i-cacciatori-delle-alpi

http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/ii-guerra-indipendenza

https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/giacomomedici/

http://www.combattentiliberazione.it/seconda-guerra-dindipendenza-1859

https://comune.magenta.mi.it/aree-tematiche/cultura/

https://www.comune.montebellodellabattaglia.pv.it/m-vivere/m-infoutili/storia

http://www.comune.palestro.pv.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/ossario-1893-22321-1-44d9415912f732cd2a5df066f0ffa96f

https://www.difesa.it/Content/150anniversario/Pagine/LeBattaglieSolferinoeSanMartino.aspx

http://notes9.senato.it/Web/senregno.nsf/96ec2bcd072560f1c125785d0059806a/80cfa982dfdabe7e4125646f005a8000?OpenDocument

 

 



[1] In ricordo della battaglia combattuta nel 1859, il comune di Montebello, in provincia di Pavia, nel 1958 ha ricevuto il nome di Montebello della Battaglia.

[2] Nel comune di Palestro, in provincia di Pavia, il 28 maggio 1893 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nelle battaglie del 30 e 31 maggio 1859.

[3] A Magenta, in provincia di Milano, il 4 giugno 1872 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nella battaglia del 4 giugno 1859.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 232.

 

[5] Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986, p. 178.