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martedì 20 gennaio 2026

Il retaggio della presenza italiana in Africa Orientale Italiana .

 

Nota per il Volume 2: Africa Orientale Italiana Prigionia.

 

La conquista dell’Impero non fu mai un’opera compiuta. La presenza dell’Italia in Etiopia durò solo sei anni, dal 1936 al 1941. Mentre in Eritrea e in Somalia, la presenza italiana è più marcata in quanto si sviluppo in un arco di un cinquantennio, in Etiopia la brevità si dimostro un fattore determinante. Parlare di retaggio italiano per l’Etiopia rischia di sforare la inconsistenza dal punto di vista degli etiopi in particolare e degli africani in generale. Nel quadro coloniale africano, l’Etiopia è considerata uno stato indipendente, tranne i sei anni di occupazione italiana. Negli anni precedenti, si era sviluppato un panafricanismo che attraverso vari movimenti avrebbe portato l’Africa non solo fuori dal colonialismo, ma anche ad essere protagonista della civiltà mondiale in un quadro di sviluppo e progresso. Questi movimenti, il principale dei quali era l’International African Service Bureau, avevano visto con rabbia e sgomento la conquista dell’Etiopia e l’incapacità della Società delle Nazioni di intervenire a fermare l’azione italiana. Gli africani, poi, vissero le vicende della Seconda guerra mondiale in modo sofferto e difficile da capire “sentivano costantemente parlare dei mali del razzismo e dei pericoli della conquista nazista e dei valori positivi dell’”autodeterminazione” per cui si battevano gli Alleati. L’invasione italiana dell’Etiopia aveva portato il fascismo nel continente. Winston Churchill, secondo il quale il principio dell’autodeterminazione era applicabile ai territori recentemente conquistati in Europa e non alle vecchie conquista africane, non era convincente….. Malgrado tutto, i popoli colonizzati erano chiamati a grandi sacrifici in nome dello sforzo bellico: i soldati dell’Africa Occidentale Britannica in Birmania, i soldati dell’Africa Equatoriale Francese in Nord Africa ed in Italia, ed i lavoratori che in tutto il continente erano costretti a produrre materiali utili alla guerra”[1] Nei venti anni successivi la stragrande maggioranza delle colonie europee divennero Stati indipendenti. Gli africani uscivano dalla ristrettezza degli spazi entro i quali il colonialismo li aveva ristretti, ovvero iniziava la decolonizzazione in cui furono coinvolte le principali potenze coloniali, Gran Bretagna, Francia, Belgio ecc. In tutto questo l'Italia non fu coinvolta, almeno per l’Etiopia, in quanto la totalità degli etiopi, la stragrande maggioranza degli africani, e la maggioranza degli europei considerava l’Etiopia un paese aggredito ed invaso, che formalmente fu conquistato, ma che nella realtà non fu mai una colonia italiana nel senso reale del termine, ove la ribellione fu presente sulla gran parte del territorio, e la gestione politico-amministrativa italiana fu inizialemnte feroce, violenta e oppressiva, per poi addolcirsi con l’arrivo del nuovo Governatore, il Duca d’Aosta. La presenza italiana non ebbe il tempo di radicarsi e passo velocemente, tanto che il ritorno di Haile Selassiè fu considerato quasi consequenziale. Gli etiopi combatterono la loro guerra di liberazione ed ebbero il loro 25 aprile, che in pratica si identifica nel 5 maggio 1941, anniversario della entrata in Addis Abeba di Badoglio, con l’entrata nella Capitale etiope dello stesso Haile Selassiè.  

 

Per gli etiopi inizia una ricerca di documentazione per di portare davanti alla giustizia sia nazionale che internazionale i responsabili italiani dei massacri, uccisioni, crimini, e violenze che durante l’occupazione furono commessi. Tutto parte dagli ordini di Roma, emessi da Mussolini, che dava carta bianca in tema di violenza [2] e che autorizzava il Governatore a svolgere una politica di terrore e di sterminio pur di pacificare il territorio. Questa politica con i suoi risvolti e conseguenze è stata ampiamente documentata[3] sia a livello ufficiale che in letteratura.[4]  Si doveva aprire un tribunale internazionale per i crimi di guerra in Etiopia da parte delle Nazioni Unite. La Gran Bretagna, in relazione anche alla situazione del vicino Kenya, optò per l’insabbiamento [5] e con il 1948 la questione fu definitivamente accantonata.

L’Etiopia come Stato e come Nazionale si oppose validamente all’invasione ed alla occupazione italiana e condusse la sua Guerra di Liberazione (1936- 1941), ma non riuscì ad ottenere giustizia per i crimini commessi.

Nella memoria etiope questo è rimasto e da tempo il governo etiope ritiene che il suo popolo meriti delle scuse.

Nella memoria italiana tutto questo è stato rimosso e oggi nella pubblica opinione  rimane la Guerra in Etiopia solo e solamente come il momento di massimo consenso del regime di Mussolini, che con la vittoria sul campo, che vittoria non fu, trasse una narrazione di potenza che era più sulla carta a parole che reale, come gli anni successivi e l’epilogo del regime stesso stanno a dimostrare.   (massimo Coltrinari                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             



[1] Cooper F., Africa contemporanea. Dalla decolonizzazione ad oggi, Roma, Carocci editore, 2019, pag 51

[2] “Autorizzo ancora una volta Vostra Eccellenza ad iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio”. Telegramma di Mussolini a Graziani 8 luglio 1936.

[3] Ministry of Justice, Ethiopia, Documents on Italian War Crimes Submitted in the United Nations War Crimes Commission by the Imperial Ethiopian Government, Ministry of Justice, Adis Abeba 1949-1950; Vol.I (Italian Telegram ad Circulars) Vol II (Affidavits and Published Documents)

[4] Campbell I, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, Milano, Rizzoli. La Grande Storia, 2018

[5] Il braccio di ferro tra Il Governo di Addis Abeba e quello Britannico (1945-1948) per la costituzione di un Tribunale Internazionale per i Crimini di guerra italiani è ampiamente illustrato e documentato in Campbell I.,, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, cit., pag. 444-468. Gli Etiopi chiedevano la consegna, tra i cinquanta sospetti identificati aver commesso crimini di guerra e contro l’umanità, di Badoglio, Graziani, Lessona, Cortese, Cerulli ed i generali Nasi, Pirzio Biroli, Geloso, Gallina e Tracchia. In questa lista non era stato incluso il gen. Maletti, il responsabile della esecuzione del massacro di Debra Libanos, una delle peggiori atrocità dell’occupazione italiana. Londra trovò ogni pretesto per non accogliere le richieste etiopi. Le ragioni: era scoppiata la guerra fredda, e lo scontro tra Unione Sovietica ed Occidente e la questione etiope non era di nessun interesse internazionale.

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